Samuele Pallas e la sua felicità

La solitudine, prigione senza luce, ergeva i suoi muri bianchi di calce intorno a Samuele Pallas, che aveva rinunziato alle gioie della vita. Perché? E son poi necessarie molte spiegazioni, quando s'hanno 48 inverni, cuor bollente e balzano, e – accovacciato dietro 1'osso frontale – il dispiacere d'aver troppo allentato le redini sul collo della dignità, al tempo della dimestichezza con gli uomini (e le donne?).

Samuele Pallas, sorridente e grave, nascondeva le lagrime e una mancanza di serietà intermittente e puerile dietro i suoi favoriti pepe e sale, ornamento raro e bello in quella periferia di X., ove gli uomini con i camiciotti turchini e le donne color d'ottone si depilavano coscienziosamente, i giorni feriali all'alba e la domenica alle dieci, a quatttr'occhi con i loro specchi standardizzati, e stentando a mandar sù le palpebre grevi di sonno e di speranza. Samuele Pallas abitava in tre stanze dai colori gai, ove nessuno aveva mai potuto gettare un'occhiata: in quella villa delle Lune dai platani marciti, che somigliava tutt'intera a una nave all'ancora, abbandonata dai suoi marinai, un giorno di sciagura. Contro i suoi muri il vento veniva a fregarsi come uno strofinaccio, e Samuele, sentendolo sbuffare nei camini, pensava ad alcuni vaghi ricordi d'infanzia, e con le due mani tremanti e lunghe si comprimeva il cuore. Ad Apollonia, la portinaia, sarebbe piaciuto dominare con benevolenza il suo unico inquilino, codesto Samuele Pallas, eterno passeggero pieno di speranze fittizie. Essa era grassa e piagnucolosa, e ogni mattina, col pretesto di studiare i costumi delle lumache, attraversava il giardino da un platano all'altro, come da uno scoglio all'altro a marea bassa, passando a pochi metri dalla finestra di Samuele; ma siccome non poteva scoprir nulla, neanche l'esatta posizione del letto del suo inquilino, simulava l'indifferenza e aspettava l'ora della vendetta, che immaginava dignitosa e cordiale. Ma vendetta o non vendetta, non si poteva dire ch'essa fosse pettegola: a nessuno aveva raccontato che il signor Pallas badava lui stesso ad accudire alle sue faccende domestiche; che inoltre egli era goloso e aveva occhi da innamorato afflitto. Quando egli usciva, ogni mattina, conversavano assieme: Samuele sorrideva con gentilezza, e quando gli sembrava che Apollonia avesse parlato abbastanza, se ne scappava, camminando a piccoli passi, – cosa buffa a vedersi, poiché egli era, come s'è già detto, alto e dritto e adorno di favoriti vistosi.

*

Samuele Pallas, nella sua sala da bagno, si stava lavando con pigrizia, rimproverandosi per la sua poca fiducia nelle virtù dell'acqua fredda. Gli piaceva intorno a sé la pulizia, ma si disinteressava della propria persona. Ragioni ne aveva a iosa. Come avrebbe potuto lavarsi in modo decente, quando quei suoi favoriti s'imbevevano subito d'acqua a simiglianza delle spugne e s'assottigliavano fino a perdere forma. Inoltre era calvo: non gli piaceva sentirsi ridicolo, e ad insaponarsi il cranio sarebbe allibito, poiché le sue dita tremavano quando si toccava la calvizie; d'altra parte, ogni tanto era pur necessario sciacquare quella superficie rosea e calda, gran terrore della sua giovinezza. Questo, e altre piccole noie ch'egli analizzava a lungo nelle notti d'insonnia, non gli permettevano quasi mai d'incominciar la giornata con buoni auspici, specie i giorni di pioggia e di burrasca, in cui si sentiva davvero incapace di lavarsi.

Ma quella mattina la primavera faceva fremere 1'aria e i rami dei platani, e dalla finestra aperta entrava un gran profumo di foglie marcie tanto gelido che Samuele, sentendosi nei polmoni, intorno al cuore, un'anima di falchetto, fischiettava allegramente, senz'accorgersene, un ritornello triste della sua infanzia. Mentre s'asciugava il cranio, con gli occhi spalancati su la spuma grigia del sapone, cercava di ricordare se Giovanna Helding, nel 1903, quando egli l'aveva conosciuta, avesse già la punta delle dita devastate dall'ago, come l'ebbe in seguito, dopo la sua prima crisi di isterismo. Si stava crogiolando con eccessiva compiacenza in questi ricordi maligni, quando, all'improvviso, il suo cuore parve scoppiasse, quasi colpito da una martellata. Un enigmatico fatto doveva essere avvenuto. Aveva inteso un greve rumore d'aria solcata, e, nella stanza vicina, la sua camera, una specie di stridor di piume in volo, seguito da un urto secco. Sarebbe stata cosa da niente (poiché gli alberi, davanti alla sua finestra, erano usi a codesti giochi d'ali), se non avesse sentito, quasi immediatamente, la sua anima oscillare come la foglia d'oro dell'elettroscopio.

Era rimasto a bocca aperta, con l'asciugamani intorno al collo e il cranio umido. Suo primo movimento fu quello di gettarsi di nuovo sotto al rubinetto, come su le fiamme d'un rogo. Aveva arrossito violentemente: impallidì, e allungò una mano verso il sapone. Una goccia d'acqua che dal cranio gli rotolò sul naso, greve come una perla, lo fece arrossire di nuovo. Si sentì incapace di resistere alla bramosia di entrare nella sua camera, ma non osò. Gli s'apriva il cuore, come lo scafo d'un vascello in agonia: sentì in petto, fra i polmoni, una fiamma, – era il suo vecchio progetto di suicidio che gli affiorava dall'animo con regolarità ogni qualvolta gli pareva d'esser ferito dai contraccolpi della vita, e cioè una o due volte al giorno. Con le mani tese dietro alla schiena, forse per strapparle a un pericolo possibile, entrò.

Vide tutto calmo. Ma il suo sguardo andò subito a spezzarsi contro "la cosa": due occhi minuscoli e fissi; un altro sguardo: inespressivo.

"La cosa"? Sul suo armadio alto s'era appollaiato un grande e bell'uccello, simile a un'immagine miracolosa. Un uccello color di neve, dalle lunghe zampe gialle, dal collo ricurvo e lungo, un uccello che tendeva il becco verso di lui. Una cicogna, o qualcosa di simile. Samuele indietreggiò d'un balzo, chiuse la porta e gli occhi. Aveva ancora l'asciugamani al collo. Ritornò verso la catinella, vide l'acqua sporca, la buttò via con un gesto stanco. Tremava. Mormorò: "Diavolo!", mordendosi la lingua, poiché gli trepidava l'animo: come quello d'un bambino in balia a un singulto di pianto.

Apollonia stava dando da mangiare al suo canarino: grani di miglio, e le grosse carezze rotonde dei suoi occhi pieni d'ardore pacifico. Vide Samuele Pallas uscire in fretta da casa sua, attraversare le aiuole, lui ch'era tanto meticoloso, e al vederla all'improvviso, arrossire in mezzo a un sorriso vasto, mentre si passava sul collo la mano, – così che s'accorse d'aver dimenticato di mettersi il colletto e la cravatta.

– Esce così presto, signor Pallas?

Egli respirava a pieni polmoni, come quello che ha salito cinque piani d'un sol fiato e si è fermato davanti a una porta cui non osa picchiare. Mormorò: "Sì", e considerava con aria commossa Apollonia, tanto grassa su la sua sottana rotonda.

– Non ho il colletto – aggiunse con aria disinvolta.

Ma quando essa disse le prime parole d'una lunga frase sul rincaro del prezzo del miglio, Samuele se la svignò, facendo un gesto ampio e tossendo, senza colletto né cravatta.

Apollonia sbuffò rumorosamente, guardando 1'uomo che s'allontanava e i grani di miglio nel palmo della mano sua.

*

A mezzanotte e venti la ghiaia stridette sotto il passo prudente di Samuele. La notte era piena d'un bel colore di velluto nero, che gli alberi profumavan d'acqua e di foresta. Per un quarto d'ora Samuele aveva esitato davanti al cancello, con le mani sepolte nelle tasche. Era entrato come un ladro, col bavero della giacca alzato. Batteva i denti poiché immaginava che Apollonia, di solito addormentata fin dalle dieci di sera, si fosse accorta ch'egli ritornava tanto tardi, all'ora – ahimé – degli zerbinotti e dei malfattori. Aperse pian piano la sua porta e restò immobile con la testa china. Il commutatore era lì a due passi, ma egli non si sentiva nessuna voglia di superare quei due passi. "Dev'essere andata via", diceva fra sé con scetticismo, e il femminile lo turbò più di quanto avrebbe voluto. D'un tratto, come obbedendo all'artiglio d'un destino omnipotente, si buttò contro il muro, per girare il commutatore: prima di poterlo trovare dové brancicare battendo i denti. Accese.

L'uccello stava là, immobile, come la mattina, e moveva i suoi occhietti serafici, con lo stupore tranquillo dei gatti.

Si contemplarono. A poco a poco la trepidazione di Samuele si calmava: il furore gli svaniva, come fumo, dagli occhi e dagli sguardi (così pareva a lui), e nello stesso tempo svaniva tutta la sua intelligenza. Si lasciò cadere su una poltrona. Siccome l'uccello non si muoveva, s'imbaldanzì, respirò forte alzando una mano fino alla propria calvizie. Rifletteva, e ogni tanto era scrollato da accessi di rabbia. In verità, era troppo.

L'altro, l'uccello, rimaneva calmo: immenso, alla luce della lampada. Lo si sarebbe creduto finto, se non avesse abbassato ogni tanto il collo, come un dromedario, lentamente e con aria assorta. Ma non staccava gli occhi da Samuele, che soffocava d'angoscia. Egli s'accorse, a veder l'orologio, che il tempo passava con un'indifferenza inaudita. Si alzò, con passo pesante, digrignando le mascelle. In un cofano conservava una vecchia pistola: un attimo per avvicinarla alla tempia, – e già aveva rinunciato all'idea del suicidio, sentendosi troppo ridicolo sotto lo sguardo dell'uccello. Ma adesso era perfettamente calmo, s'accorse anche d'aver fame; si soffiò il naso, sempre tenendo fra le mani la pistola. Questo gesto gli ridiè forza. E si ricordò che non aveva comperato il burro per cuocere le uova.

Dalla finestra entrava a onde 1'aria della primavera che rinfrescava il petto. Adesso Samuele sorrideva con benevolenza verso 1'uccello. Ripose la pistola, prese un bastone e una sedia: ma gli fu necessaria una mezz'ora per collocare la sedia davanti all'armadio, per salirvi e alzare il bastone.

Ridiscese. Non poteva. Gli tremava il braccio. E aveva visto troppo da vicino la cicogna: quella bianchezza paffuta che palpitava, quel becco giallo simile a una lingua tesa e quegli occhi ammaliatori che traboccavano amicizia e cortesia lo respinsero. Tentò inutilmente di spaventar la cicogna senza avvicinarsi a lei. Dové risalire su la sedia. Alzò il braccio, il bastone: fremeva di spavento e di furore.

Allora avvenne una terribile cosa. Era tanto vicino alla cicogna che sudava per 1'emozione. Il suo braccio pieno di forza scattò con il bastone teso, ma il bastone picchiò contro il soffitto, con un rumore enigmatico che suscitò echi sordi. E siccome Samuele aveva chiuso gli occhi spauriti, non potè capire perché il suo gesto avesse dovuto fermarsi a metà, né vedere chi gli avesse assestato sul cranio di sensibilissimo avorio quella botta secca e dura. Chi? Il becco dell'uccello.

Saltò dalla sedia, si buttò sul letto; avrebbe voluto fosse stato una tomba. Uno sguardo gli bastò per constatare che all'uccello non era venuta meno la calma. Il silenzio era greve greve greve. Come il suo cranio, che ardeva. Nella sala da pranzo, allo specchio, vide un rossore largo e lungo nel bel mezzo della sua calvizie, la cui immensa nudità pareva impudica. Si stese di nuovo sul letto, continuando a guardar fisso la cicogna, con le pupille che si spegnevano.

Non s'accorse che s'addormentava.

Poco dopo, la cicogna alzò una zampa, piegò il collo sotto 1'ala.

Dormivano insieme, con tutte le luci accese.

– S'è sentito male, signor Pallas?

– Io? ma no, ma no, signora Apollonia. Perché?

– Diamine, non l'ho visto uscire ieri. Volevo anzi...

– Oh no... sì, sì, non stavo tanto bene. Ma roba da niente, sa. E i suoi uccelli?

– Il mio canarino? To', è la prima volta che me ne parla.

– Ma mi piacciono tanto gli uccelli, signora Apollonia! Mangiano miglio, vero?

– Sì. E comincia a costare un occhio. Eh! caro il mio signor Samuele, se lei...

– Sono graziosi gli uccelli. Lei conosce le cicogne?

– Eh! Cosa? È buffo, signor Pallas. Vuol scherzare...

– No... hm... sa, non ne ho mai viste.

– Lo credo. Qui non ce ne sono. Sono i tedeschi che le hanno, a stare a quanto dicono. A meno che lei alluda a quelle cicogne che portano i bambini... Buffa idea però pensare alle cicogne.

– Oh Dio, sa... Dicevo tanto per chiacchierare. Che cosa crede che possano mangiare uccelli così grossi?

– Hm, non saprei. Carne, credo.

– Lo pensavo anch'io.

– To', sembra quasi che lei abbia una cicogna.

– Come!?

– Oh! scherzavo. Del resto – proibito tenere animali in casa, è scritto nel contratto. Ah ! Ah ! Ah !

– ...........

– Come, ora scappa?

Samuele ritorna a casa in fretta, apre pian piano la porta. Entra su la punta dei piedi, col volto rischiarato da un gran sorriso umile e affettuoso. L'uccello di cera che palpita su l'armadio non ha più stupore nei suoi sguardi. Samuele gli parla dolcemente, senza gesti....

*

Balzò dal letto su cui s'era disteso e aveva disteso la sua amarezza, come un'ala ferita. Nell'avvicinarsi all'uccello immobile incespicò in alcuni volumi della grande Enciclopedia, che aveva dovuto comprare tutta intera, poiché non avevano voluto vendergli solo il volume in cui al paragrafo "cicogna" dovevano essere descritti, secondo lui, costumi e abitudini delle cicogne. Ma il bell'uccello bianco, irrigidito nella sua bianchezza, assomigliava a una madonna calma su le nuvole del cielo. Vicino a lui, un pezzo di carne, ancora vermiglio e succoso ieri, e oggi d'un colore di vecchia tegola, cominciava ad odorar forte. Eppure bisognava darle proprio carne: Samuele s'era informato al Giardino Zoologico di X. Ora aveva paura dell'occhio gelido di quell'uccello dal ventre grasso e tuttavia indifferente all'odore della carne. Samuele era arrivato al punto d'offrirgli una torta d'albicocche. Inutilmente. E al pover'uomo mancava il fiato sotto il peso del suo cuore, che sentiva coriaceo, greve, color di terracotta sporca, – proprio come quel pezzo di carne rancida.

Onde di tristezza, come sangue infetto, gli salivano alla gola. I minuti erano avvelenati...

Inginocchiato davanti all'uccello, a un tratto s'accorge della sua posizione: s'alza infuriato. Gli comincia a ribollir 1'animo, come lava. L'occhio dell'uccello è una favilla che gli infiamma la pelle. Sotto la lampada rotonda e panciuta, Samuele batte i piedi a terra, trema, rabbrividisce all'idea che la cicogna potrebbe morire con la pancia vuota.

Perde la testa.

Prende la pistola.

Spara. Non capisce più nulla. Si china per raccogliere i volumi dell'Enciclopedia che sono a terra.

Il bell'uccello di neve s'è accasciato su l'armadio, con un lieve tonfo. Il collo si piega e s'allunga, smisuratamente; e la testa penzola davanti allo specchio, in alto: il becco urta il vetro. Il corpo morto è spaventevolmente bianco. Ma, a poco a poco, delle righe scure colano: poi – ploc – una goccia di sangue casca sul pavimento.

Samuele si nasconde gli occhi fra le mani, ma i suoi sguardi, più forti di lui, evadono per le fessure delle dita. È un supplizio. La testa che dondola si fa grigia. Per terra c'è una piccola pozzanghera di saugue. Vicino al cadavere, il pezzo di carne suscita pensieri ambigui: Samuele si vede nell'atto di fare a pezzi la cicogna, in cucina. Si sente in balia d'un fuoco mortale. Si alza barcollando, afferra per il collo l'uccello, e – forte – lo butta dalla finestra, come se buttasse il suo cuore: pesantissimo.

È fatto. Si rimette sul letto. Ha il volto devastato da un sorriso di crudele disperazione. Adesso è davvero solo, più che solo al mondo. Si sente simile a un sacco di farina bucato, che va vuotandosi. Ha ucciso tutto. È finita.

Si volta verso il muro.

E a un tratto muore, silenziosamente.

Il cuore.

Enrico Rossi (pseudonimo di NINO FRANK)