IL MANTELLO ROSSO

Schinderhannes è un villaggio di duecento abitanti, a quindici chilometri da Mariahilfe.

La notte pesava sulle case come una pietra tombale. Schinderhannes somigliava a una nave senza timone, in balìa delle nuvole che volavano basse, dirigibili senza direzione, sovraccariche di mistero. Le finestre e le porte, tutte le cubiche sagome delle case erano immerse nella morte del sonno. Un occhio solo era aperto nella notte: l'occhio di Girolamo Basch, il colonnello. Egli stava come una sentinella, alla frontiera della notte, davanti alla sua finestra, la sola illuminata in tutto il villaggio. Era rnagro; sbadigliava con circospezione. Guardava il cielo e non ci vedeva nulla.

Era un giorno qualunque: il dopodomani del suo matrimonio.

Didy, sua moglie, alto e vigoroso cilindro di carne, con due occhi di bue e un sorriso eccellente, non aveva più di trent'anni. Ella accomodava le sue calze, con un occhio sull'ago, un'altro volto alle spalle del colonnello, e la lingua acida tra i denti intaccati da contadina. Perché aveva accettato come sposo quel Girolamo Basch, colonnello in borghese, brontolone, elegante e ipocrita come si può essere solo a sessantadue anni, in autunno, in un villaggio Tirolese piccolo da entrare nel cavo della mano? Il colonnello non si sarebbe mai rivolto una domanda così assurda. Quanto a Didy, non ne aveva ancora avuto il tempo.

Ma era l'unico colonnello del villaggio. Un tempo la sua ricchezza gli riempiva il cuore: una sciabola, dei soldati. le promozioni del Journal Officiel. Quattromila soldati che scalpicciavano regolamentarmente sul selciato delle strade, sotto il suo sguardo vago e benevolo. La pace 1'aveva rovinato. Ora non poteva che consacrare, ogni giorno mezz'ora al pettine e alla spazzola; così la sua riga, tra due zone di capelli color canapa, conservava fino all'estinzione dei fuochi il prestigio che occorreva perché le teste incolte dei contadini che circolavano in Schinderhannes abbassassero gli occhi e i nasi. I contadini maledicevano la tracotanza del colonnello: mattina e sera, egli, a testa nuda, misurava a gran passi la strada principale del villaggio. Per fortuna la domenica il colonnello non usciva: la predica non lo interessava. Al suo arrivo a Schinderhannes ci aveva assistito una volta, in uniforme di gala, rigido fra gli astanti. Durante una settimana aveva inalberato tutte le sue divise dell'antico regime. Ma il sindaco, tosto indignato, andò a fargli visita; la loro conversazione fu tempestosa. Il colonnello si rassegnò a vestirsi in borghese, ma in compenso dimenticò per sempre il cammino della chiesa.

Didy non se ne curava; ella era bionda, dalla mascella forte. Vedova, aveva lungamente esitato quando il colonnello, suo affittuario, le aveva reiterato la domanda.

II colonnello "sollecitava l'onore" dieci o venti volte al giorno: ma la cosa che decise il loro destino fu il grande mantello rosso che il colonnello aveva portato in giro per tutte le serate mondane e militari delta sue ultime guarnigioni. Una macchia rotonda di cera sul dorso del mantello, attestava 1'eleganza della vita passata di Girolamo Basch. Didy accettò tutto. Così fu che il mantello abbandonò le spalle quadrate e incavate del colonnello per quelle rotonde e imbottite di Didy, della signora Didy Basch.

Il colonnello aveva un'anima infantile e sudicia ma voleva dormire subito appena a letto. Didy prima del matrimonio non se ne era curata. Ma il dover dormire, la sera delle nozze, ac-canto a un uomo, l'aveva sconcertata. Da due anni che egli abitava presso di lei, da cinque anni che era vedova, Didy non aveva mai riflettuto alle crisi del sesso: di tanto in tanto bisognava moderarle degli accessi di cattivo umore, ma i danni erano minimi. E tuttavia il colonnello benchè fosse vecchio, la turbava: in un sol tratto ella seppe l'età che bisognava fargli confessare. La calma scomparve dal suo spirito. Girolamo Basch non s'accorgeva di nulla.

Brontolava, semplice riflesso, e sorrideva con moderazione ogni dieci minuti a sua moglie: il matrimonio aveva qualche cosa di buono poiché ora tutte le stanze della piccola casa gli erano aperte. Scrutava la notte con noncuranza e interesse insieme, come se avesse letto un enorme giornaIe. Didy esaminava la sua schiena gracile bersaglio. La schiena del colonnello mancava di temperamento. Ella cercava su di essa un uncino, come se avesse voluto appenderci questa cattiva pallottola che si agitava nel suo petto. Ma il colonnello era piatto, piatto allo stesso modo delle cimici. Didy non poteva rimproverare nulla alla sua schiena. Non l'avrebbe osato. Giunse l'ora di andare a letto. Il colonnello si spogliava della divisa con lentezza, come se disfacesse un pacco contenente una sorpresa : scoprì la schiena col gesto di chi disfà una balla: non mostrò che la schiena. Si ficcò tra le coperte, grugnendo come un vecchio gatto soddisfatto e sorridendo paternamente alla moglie. Ella si spogliò cogli occhi sgranati: quando non le restava che la camicia il marito già russava. Cadde sul letto con la violenza di una mazzata: il colonnello non fu schiacciato, ma le gettò, un istante, dei grandi sguardi da burocrate spaventato. Egli dormiva col sorriso della pace sulle labbra; e tuttavia Didy in preda al gelo, aveva paura di serrar gli occhi.

L'indomani il colonnello cominciò a percepire l'insistenza dello sguardo di Didy. Andò a guardarsi allo specchio, verificò il numero dei bottoni dei calzoni; non trovò nulla d'insolito nel proprio vestiario. Molto sconcertato, non fidandosi in fondo di questa donna alta e forte, prese il cappello e uscì abbottonandosi il pastrano sul cuore.

Anche Didy uscì. Camminava a larghi passi come un agronomo. Aveva preso la via del bosco. Col suo mantello rosso sulle spalle – il mantello del colonnello – ella passava tra gli abeti simile a una imperatrice da melodramma. L'aria (l'aria tonica del bosco, come diceva il colonnello) le rischiarava il petto: ella non comprendeva affatto ciò che le stava accadendo, ma sapeva bene che non poteva durare. Che cosa? Bene, erano delle ragnatele che si appiccicavano al suo viso. I suoi capelli biondi e abbondanti le formavano un'aureola a buon mercato. Ella schiacciava bucce di castagne e rami secchi senza fine: il suo passo militare sbigottiva i vermi e i rumori degli alberi. Serrava stretti i lembi del suo mantello imprecando a tratti come più non faceva da cinque anni. Il petto le pesava. Camminava come i naufraghi nuotano.

Si, aveva commesso una sciocchezza sposando il colonnello. Un-due, un-due. Sessantadue anni, che vergogna! Un-due, un-due, un-due, un-due. Ridicolo col suo pettine e la sua spazzola. Un-due, un-due, un-due, un-due...

Il tempo, come la sabbia in una clessidra, filtrava traverso le chiome degli alberi. Il cielo si faceva vuoto. Didy si rabbuiava insieme al bosco, il suo petto – cento chili – la traeva verso il sole. lmprovvisamente Didy si fermò, colpita di stupore: si trovava alla fine del bosco dinanzi a una casa: la prima casa di Mariahilfe.

Bisognava fare mezzo giro e tornare indietro. Esitò. Ma non volle farlo, il mezzo giro. Una idea la incalzava: non aveva mai messo piede in un cinema. D'un tratto non pensò che a questo. Sorrise. Perché non poteva mandare al diavolo il colonnello? Ella voleva andare al cinema a dispetto di tutti i suoi timori.

Allora, come un papa dalla chioma bionda e dal petto abbondante, fece la sua entrata in Mariahilfe, stringendosi i lembi del mantello rosso intorno al cuore che trepidava.

All'albergo bevve, un po' vergognosa, un'intera bottiglia di vino rosso; questo la inorgoglì: rubò un coltello infischiandosi di ciò che ne potesse nascere. Il suo mantello attirava gli sguardi: pareva le due ali di una farfalla sconosciuta. Ma tutti i sospetti si arrestavano di fronte al suo volto che ardeva bellicosamente.

Giunse l'ora della rappresentazione: ella chiese un biglietto, con voce flebile: ridivenne padrona di sè scorgendo intorno qualche sorriso, aggiunse: "per i primi posti" stringendo il coltello intaccato. La sala vibrava nell'oscurità. Lo schermo era affollato da signori in vestito da sera, col monocolo rotondo nell'orbita: gli sguardi di Didy ne impazzivano. Ella compitava le didascalie sgranando gli occhi della sua intelligenza. L'ondata di caldo che le opprimeva il petto la penetrò. Avrebbe voluto almeno schiaffeggiare il padre di Rodolfo Valentino, quell'indegno padre. Accorgendosi che la sua poltrona era la sola occupata tra tutte quelle dei primi posti rinunciò a dominarsi: con le palme rudi ella si battè fortemente sulle ginocchia e si dimenava sulla sedia aprendo il suo cuore alla musica. Tutta la fiamma del suo mantello rosso si comunicava alla pelle: quello stesso mantello che aveva sfiorato la gente del gran mondo la riavvicinava allo schermo.

Lo spettacolo durava già da una mezz'ora. Didy soffriva perché Rodolfo Valentino soffriva. Credeva d'esser sola ad accorgersi del suo dolore e temeva che egli non potesse vederla.

Improvvisamente impallidì. Valentino, umiliato, innamorato, supplice, si avanzava sullo schermo, tendendo le mani, con due occhi da pollo sgozzato: la guardava.

Guardava Didy.

Ella sussultò.

Egli la guardò con una piccola fiamma bianca e turbatrice negli occhi. Didy non potè trattenere un grido perché Valentino, avvicinando diveniva sempre più grande: adesso vedeva da vicino la camelia che ornava il suo occhiello. Fu costretta ad alzarsi. La sala era completamente buia tranne nel cono luminoso che dava vita allo schermo. La musica andava a morire sugli orli del mantello, come le onde su di una spiaggia in preda ad un incendio: ella non percepiva che lamenti isolati. Le palpebre le caddero come sipari da tragedia. II sue animo piombò in un abisso.

Quando riaprì gli occhi era rassegnata a tutto. Valentino, disceso dallo schermo si dirigeva verso i primi posti, tenendo le mani avanti a sè. Si vedevano le sue labbra tremare. Didy rantolava. A un tratto il pavimento scricchiolò sotto il piede leggero di Rodolfo Valentino.

Didy raggiunse a salti la porta; si mise in salvo. Mai ella avrebbe creduto di possedere tanto coraggio. Alla porta, nessuno disse nulla: ella tuttavia stringendo come una folle il coltello contro il petto si disponeva ad essere interrogata.

Ma il controllore dei biglietti la salutò perfino cortesemente. Ella cercò di calmarsi, si gettò uno sguardo dietro le spalle.

Vide apparire le scarpine lucenti di Rodolfo Valentino che discendevano le scale, poi le mani tese, la camelia.
Fuggì.

Ed eccola, adesso già entrata nella sala da pranzo del suo albergo; aveva dovuto sedersi comprimendosi il petto; ma la pressione delle mani non si comunicava al suo cuore che stava per scoppiare come una bomba. Ella sentiva tutto il suo corpo rosso rosso come il suo immenso mantello rosso; quel mantello che avviluppava di fuoco le sue spalle.

Valentino l'aveva seguita, come un agnello. Nero e bianco sorrideva con aria ebete e ripeteva: "Signora... Signora..." con voce fessa.

La sua camelia imputridiva a vista d'occhio. Didy stringeva il coltello sotto il manto; tremava come una foglia. Ella vedeva poco bene quest'uomo che da un quarto d'ora le stava davanti dritto in piedi, perché i suoi occhi si estinguevano dietro una nebbia di lacrime.

Il portiere era venuto già due volte a far capolino alla porta, guardando al disopra degli occhiali. Trovava la signora e il signore molto sciocchi. Avrebbe preferito andarsene a dormire dato che mezzanotte era trascorsa; si grattava il naso con amarezza e dignità ma non osava ritirarsi.

Valentino emetteva sospironi come un drago.

E improvvisamente la porta dell'albergo s'aprì con fragore. Una folata d'aria ghiaccia circolò nel vestibolo, penetrò nella sala da pranzo... Un passo secco sulla soglia sembrò richiamare in vita Didy. Ella gridò: – Girolamo! Il colonnello entrò; aveva una linea impeccabile; portava l'uniforme di comandante del reggimento, brillava come una lama di coltello, aveva la sciabola e la rivoltella. Teneva perfino in mane il fucile, il suo fucile da caccia. Guardò la mog1ie, Rodolfo Valentino, il mantello rosso con aria di amara stupefazione; lo sbigottimento gli indeboliva le gambe. Aveva posto la mano sulla rivoltella, la sciabola pendeva tra le sue gambe. Rodolfo Valentino gli tese la mano carica di anelli. Il colonnello trasalì, fece un balzo indietro. Una goccia di sudore gli cadde sulla divisa. Il portiere era scomparso.

Fortunatamente Didy tossì: ella giunse ad avvicinarsi al colonnello: "Andiamo nella mia stanza" gli disse tremando tanto che le parole diventarono cadaveriche. I capelli bruciavano come fili elettrici fino ai bulbi. Sentiva nelle pupille dodicimila spilli.

– Seguitemi, giovanotto – pronunciò con voce strozzata il colonnello.

Ma fu Rodolfo Valentino che passò per il primo, che indicò loro la strada; egli saliva le scale con agilità, li attendeva al pianerottolo.

Didy e il colonnello salivano goffamente, urtandosi coi gomiti, simili a due sconosciuti che salgono contemporaneamente in un autobus senza dir nulla.

Sulla soglia della stanza ella ebbe il tempo di mormorare al marito "È l'uomo del cinema!" Poi lasciò cadere il coltello e s'afflosciò tra le bracchia del marito che fu a un pelo d'andare a rotolare per le scale.

Il resto accadde fulmineamente.

Il colonnello inferse un colpo di coltello nel dorso di Valentino che subito si irrigidiva come un fantoccio.

Altre due, tre, sei volte lo colpì.

L'aiutò a cadere sulla poltrona.

Didy sul letto soffriva come un martire. Vedeva la camelia di Valentino nera come un grumo di sangue putrido. Il colonnello le sorrideva con espressione beata.

A poco a poco il loro respiro tornava normale.

Egli si sbottonò l'uniforme. Il cuore lo imbarazzava. Si liberò della sciabola. della pistola, della giubba. Si avvicinò alla donna e le dette un bacio vecchio di sessantadue anni e qualche mese. Didy fremè. Stava distesa sul suo mantello rosso che insanguinava il letto tenendo le mani sotto la schiena come volendo nasconderle: tacevano.

Tacquero per un secolo.

Quando lasciarono I'albergo la notte era un lungo tunnel che bisognava percorere a testa bassa.

Essi piombarono come in un pozzo; come i morti nel mare, trascinati verso il fondo dell'abisso da un peso crudele, il cadavere in frack di Rodolfo Valentino gettato alla rinfusa insieme alla sciabola e alla rivoltella nel mantello rosso, quel mantello che un imperatore e tre arciduchi avevano sfiorato.

Che calvario!

Didy fremeva. II colonnello soffriva.

Giunsero aI confine del bosco con le braccia morte per la stanchezza, gli occhi spenti, la lingua arrotolata contro il palato. Scavarono una fossa. Il colonnello si aiutava con la sciabola. Didy sentiva la terra penetrarle nelle unghia. Rabbrividirono all'alba. Sotterrarono tutto: la sciabola, la pistola, il mantello, anche il fucile da caccia.

Emisero un sospiro di sollievo: avevano 1'impressione che la bruma dell'alba che li avviluppava fosse un'onda soccorrevole e materna in cui tutto si dissolveva.

Il signore e la signora Basch si svegliarono alle otto del mattino come sempre e si posero a tavola dinanzi al caffè e latte. Ventiquattro ore di sonno avevano recato loro nuove energie. Didy sorrideva a suo marito; era veramente un brav'uomo. Quanto a lui, egli amava perdutamente sua moglie, con la lingua di fuori, la sua vecchia lingua di vecchio sessantaduenne. Essi dormiranno insieme stasera, domani. E perché Didy non russerebbe?

Improvvisamente il colonnello si rabbuiò:

– E il mio mantello rosso, Didy? il mio povero mantello rosso!

Ella arrossì al rimprovero. Il suo mantello rosso, suo.

Un lungo silenzio durante il quale ciascuno medita le sue ragioni.

– Peccato, perché era un così splendido panno!

E questo iI colonnello non lo perdonerà mai a Didy.

NINO FRANK (Trad. dal francese di M. Pacelli)

Samuele Pallas e La Sua Felicita>